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domenica 15 giugno 2008

Il Mental Coach sportivo: Mentore più che Allenatore

Da quando ho cominciato a seguire con maggior attenzione le partite di calcio di Sebastian (nella foto con la maglia nero-azzurra), il mio primogenito che ha ormai 19 anni e gioca negli juniores in una squadra di Carrara, si è alimentata sempre più dentro di me, la voglia di provare a fare il “coach sportivo”, ad allenare una squadra di giovani atleti.

Maschi o femmine, nessuna differenza. Così come andrebbero bene squadre di calcio e anche di basket, di pallavolo, di hockey, di pallamano, ecc. Insomma, sarebbe un’esperienza bellissima, che farei al volo, senza pensarci troppo su, e chissà… forse qualche presidente che ha voglia di “sperimentare cose nuove”, ed affidi una squadra ad un allenatore “particolare” come me, potrebbe anche esserci in giro.

Nell’attesa di incontrarlo, vorrei provare ad interpretare questa figura di allenatore che, a mio modesto avviso, deve possedere alcune caratteristiche fondamentali per allenare e stare in mezzo ai giovani. Ormai è più di due anni che seguo Seba, come lo chiamo simpaticamente io, e devo ammettere che il comportamento di molti allenatori delle giovanili lascia un po’ a desiderare. Ho personalmente assistito a scene disgustose, per non parlare poi, degli insulti “lanciati” verso gli arbitri e, in alcuni casi, anche verso i propri giovani giocatori.

Comincio con l’affermare che se in una squadra professionistica il coach è importante (vedi le performance che è riuscita a fare una squadra di potenzialità medie come la Fiorentina allenata da un allenatore carismatico come Prandelli), in un ambiente di giovanissimi e di adolescenti, la figura dell’allenatore è determinante.

In quel contesto, il coach non è solamente colui che allena fisicamente e tatticamente la squadra, bensì, è una vera e propria guida, un punto di riferimento per ogni ragazzo e ragazza che allena. I tempi cambiano e non basta più essere un buon preparatore atletico, un buon allenatore di gioco, nel mondo di oggi, diventa ancor più importante essere un buon “preparatore di uomini e donne”. Bisogna valorizzare i ragazzi, anche e soprattutto, sotto l’aspetto caratteriale.

Spesso, i coach, dimenticano che non basta allenare i muscoli ed il fiato, insegnare la tecnica e dare delle indicazioni di natura tattica… i ragazzi hanno bisogno di vere e proprie guide, di punti di riferimento in campo ed anche fuori. Troppe volte gli pseudo allenatori confidano sul fatto che i ragazzi faranno ciò che diranno. Ma si sono mai posti la domanda perché dovrebbero? Perché i ragazzi dovrebbero fare quello che il loro allenatore dice loro di fare? La risposta è semplice quanto fondamentale: i ragazzi dovrebbero fare quello che il loro coach dice loro perché lo stesso coach, è un vero e proprio esempio positivo.

Traduco il mio pensiero: non basta dire di fare una cosa. Per essere credibili, bisogna farla per primi e diventare per i ragazzi una vera e propria guida. Di professione faccio il formatore ed il coach motivazionale e l’esperienza m’insegna che vale molto di più ciò che faccio, come mi comporto con i ragazzi, anziché ciò che banalmente dico. Un vecchio proverbio dice: “Predichi bene e razzoli male”. Spesso, molti allenatori fanno proprio così: predicano degli ottimi comportamenti e poi, nella realtà della vita quotidiana o sportiva, razzolano male, dando il cattivo esempio ai propri ragazzi.

Guida e Mentore. Ecco cosa dovrebbe essere un buon coach sportivo. Una guida per i propri ragazzi ed un vero e proprio punto di riferimento. Faccio un esempio: spesso affermiamo che i ragazzi in campo non hanno un comportamento esemplare, né con l’arbitro né con gli avversari, ma ci siamo mai posti la domanda se il loro allenatore gli ha insegnato come comportarsi in maniera civile e sportiva? Ci arrabbiamo con i giovani atleti per il loro comportamento poco educato, anche se la vera mancanza di educazione arriva, molto spesso, dagli stessi allenatori (per non parlare dei genitori, in alcuni casi, addirittura peggiori), che inveiscono in campo contro l’arbitro, si arrabbiano con i propri giocatori se perdono la palla, se sbagliano un passaggio oppure un goal e, per primi, non hanno rispetto per l’avversario.

Forse, sono un po’ utopico, ma ho una visione tutta mia di come dovrebbe essere un buon coach, un buon allenatore: dovrebbe disporre di doti come la capacità comunicativa e quella relazionale; dovrebbe essere capace di motivare e guidare un gruppo. Dovrebbe essere un vero leader in campo ed ancor di più fuori. Insomma: un vero coach dovrebbe essere molto meno allenatore e molto più mentore, una vera e propria guida, un punto di riferimento per i suoi ragazzi.

Cari signori allenatori, volendo riassumere, potrei affermare che dovreste fare uno sforzo e cercare di avvicinarvi il più possibile all’identikit di coach che ho dipinto nelle righe precedenti. Fortunatamente, ci sono molti allenatori intelligenti, che sanno mettersi in gioco, in discussione, ed hanno l’umiltà di apprendere cose nuove. Per il bene dei nostri ragazzi, per il bene dei ragazzi che allenate, fatelo e aiutateci a farli crescere sia sotto il profilo sportivo, sia sotto quello caratteriale.

E poiché ho parlato di allenatori e sport, chiudo con una bellissima frase del celebre allenatore di football americano Vince Lombardi: “Vincere non è tutto, ma voler vincere sì”. Ed aggiungo, io: “Prima ancora che sul campo, sul terreno di gioco, si vince nella testa, nella mente dei giocatori”.

Giancarlo Fornei
Formatore Motivazionale & Mental Coach Sportivo
Autore del libro “Penso Positivo”

PS
Se qualche Presidente o Direttore Sportivo gradisse prendere un caffè con me e fare una chiacchierata, può chiamarmi al 392/27.32.911.

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